Giornata massacrante, come nelle migliori tradizioni.
Speravo di finire definitivamente con la storia dei documenti e invece ciccia: ho cantato troppo presto vittoria!
Mi sa che per almeno altri 3 giorni non avrò altro pensiero al di fuori di quello... speriamo bene, considerando che ho capito che siamo davvero nelle mani di nessuno!
Però (si, c’è sempre un però, per fortuna) tutta la fatica è stata ben poca cosa in confronto al quadro vibrante e meraviglioso in cui mi muovevo.
Adoro i pomeriggi di vento deciso, quello che scompiglia violentemente i capelli, che ostacola il passo in salita, che fa sentire la sua voce nei vicoli del centro, che increspa tutto il mare, anche quello dentro il Porto e crea quelle piccole onde aguzze e bianche che smuovono le barche agli ormeggi e fanno cantare le crocette nell’aria.
Adoro quella luce bianca e accecante, che col volgere del giorno s’attarda sempre più a lungo, colorandosi pian piano di un rosa dorato, e il cielo azzurro e terso contro cui si staglia la pietra chiara dei palazzi antichi.
La sensazione di camminare libera e odorare quell’aria che sa di mare e di tempi passati mentre dalle viuzze iniziano a sbucare i primi gruppi di turisti, già coi sandali ai piedi mentre io abbottono meglio la giacca che sento freddo, e con le macchine fotografiche al collo pronti ad immortalare come milioni prima di loro il balconcino barocco, la statua di Diana, lo scorcio pittoresco mentre io corro affannata con la cartelletta dei documenti in mano.
Ecco, questo momenti vorrei non finissero mai, nonostante tutto quello che non va.
Di questi momenti io vorrei averne ogni giorno, quell’attimo in cui dire: “si, è perfetto così, e io ci sono in mezzo”.
Oggi sono quasi felice, nel senso che è come se avessi fatto una conquista sebbene ancora non abbia capito esattamente quale e con che modalità.
Stanotte ho fatto un sogno, lungo ed articolato, come non accadeva da un bel po’.
Uno di quei sogni in cui una parte di me resta in qualche modo cosciente, quasi spettatrice di me stessa.
Lo scenario è tra quelli ricorrenti: sono a casa dei miei nonni, io sono quella di questi tempi ma nel tempo addietro, quando già mio nonno era mancato ma mia nonna ancora no, e arzilla e pimpante governava casa da sola (solo che questo nella realtà non è mai accaduto, perché lei non ha mai voluto reagire così alla perdita di mio nonno).
Sono dunque là e diventa sera e come al solito, non so come, mentre aiuto mia nonna sul balcone della cucina, stessa inquadratura di sempre, mi sporgo troppo dalla ringhiera armeggiando con la biancheria e resto a mezz’aria sospesa sulle corde ora giganti dei fili per il bucato, tipo Mary Jane che cade dal taxi sospeso tra i grattaceli di New York, nell’Uomo Ragno 3.
E la sensazione è così reale che all’inizio non capisco che è solo un sogno, e cerco di non muovermi perché potrei perdere il già traballante equilibrio mentre resto coricata sulla schiena tra due grandi corde, con l’ansia a palate.
Mia nonna non si perde d’animo, non perde la testa e cerca di aiutarmi come può, io guardo sotto e intorno e vedo, uguali come sempre e come realmente sono, i balconi dei vicini ai piani inferiori, e il balcone di sopra, quello della zia Rosetta, i fiori che fuoriescono dalle ringhiere, il giardinetto dell’ingresso, le macchine disposte in disordine nella discesa davanti ai garage.
Tutto uguale e minuziosamente fedele a quello che ancora è, con il cielo notturno ma luminoso quasi fosse vetro blu trasparente, e tutto puntellato di stelle.
Il vicinato è tutto in strada, nonostante l'ora e tutti mi guardano preoccupati.
Io cerco di arrampicarmi allora, e invece i fili si sciolgono e di nuovo sto per precipitare, perdo l’appiglio, le corde scivolano tra i miei palmi e il panico mi prende fino a farmi perdere il controllo, che sto per schiantarmi e se non mi sveglio mi scoppierà il cuore.
Invece…
Invece stavolta non mi sveglio, ma diventando cosciente nel sogno non temo quello che accadrà, o meglio, lo temo però imparo a gestire la paura: non so come metto le mani e pian piano scivolo sulle corde come fossero liane, scendo fino al 2° piano, e poi oltre il 1°, senza farmi male, finchè tocco terra tra gli arbusti, arrivando addirittura in piedi.
Sono felice, e anche le altre persone sono felici, e battono le mani e gridano di gioia.
Io capisco che è successo qualcosa di nuovo, come se avessi fatto un passo in avanti, penso a che significato può avere questo mio sogno cercando di ricordare quelle poche nozioni che ho letto a proposito del loro significato, e comunque mi sento fiera, giro verso lo spiazzale posteriore e sono cosciente di questa mia nuova condizione che mi riempie di orgoglio e felicità.
Stavolta non sono caduta, non sono precipitata, non so come né perché ma le cose sono finalmente cambiate, in meglio, e di questo tutti intorno a me sono felici e danno a me il merito.
Inutile dire quanto mi ha fatto stare bene…
Speravo di finire definitivamente con la storia dei documenti e invece ciccia: ho cantato troppo presto vittoria!
Mi sa che per almeno altri 3 giorni non avrò altro pensiero al di fuori di quello... speriamo bene, considerando che ho capito che siamo davvero nelle mani di nessuno!
Però (si, c’è sempre un però, per fortuna) tutta la fatica è stata ben poca cosa in confronto al quadro vibrante e meraviglioso in cui mi muovevo.
Adoro i pomeriggi di vento deciso, quello che scompiglia violentemente i capelli, che ostacola il passo in salita, che fa sentire la sua voce nei vicoli del centro, che increspa tutto il mare, anche quello dentro il Porto e crea quelle piccole onde aguzze e bianche che smuovono le barche agli ormeggi e fanno cantare le crocette nell’aria.
Adoro quella luce bianca e accecante, che col volgere del giorno s’attarda sempre più a lungo, colorandosi pian piano di un rosa dorato, e il cielo azzurro e terso contro cui si staglia la pietra chiara dei palazzi antichi.
La sensazione di camminare libera e odorare quell’aria che sa di mare e di tempi passati mentre dalle viuzze iniziano a sbucare i primi gruppi di turisti, già coi sandali ai piedi mentre io abbottono meglio la giacca che sento freddo, e con le macchine fotografiche al collo pronti ad immortalare come milioni prima di loro il balconcino barocco, la statua di Diana, lo scorcio pittoresco mentre io corro affannata con la cartelletta dei documenti in mano.
Ecco, questo momenti vorrei non finissero mai, nonostante tutto quello che non va.
Di questi momenti io vorrei averne ogni giorno, quell’attimo in cui dire: “si, è perfetto così, e io ci sono in mezzo”.
Oggi sono quasi felice, nel senso che è come se avessi fatto una conquista sebbene ancora non abbia capito esattamente quale e con che modalità.
Stanotte ho fatto un sogno, lungo ed articolato, come non accadeva da un bel po’.
Uno di quei sogni in cui una parte di me resta in qualche modo cosciente, quasi spettatrice di me stessa.
Lo scenario è tra quelli ricorrenti: sono a casa dei miei nonni, io sono quella di questi tempi ma nel tempo addietro, quando già mio nonno era mancato ma mia nonna ancora no, e arzilla e pimpante governava casa da sola (solo che questo nella realtà non è mai accaduto, perché lei non ha mai voluto reagire così alla perdita di mio nonno).
Sono dunque là e diventa sera e come al solito, non so come, mentre aiuto mia nonna sul balcone della cucina, stessa inquadratura di sempre, mi sporgo troppo dalla ringhiera armeggiando con la biancheria e resto a mezz’aria sospesa sulle corde ora giganti dei fili per il bucato, tipo Mary Jane che cade dal taxi sospeso tra i grattaceli di New York, nell’Uomo Ragno 3.
E la sensazione è così reale che all’inizio non capisco che è solo un sogno, e cerco di non muovermi perché potrei perdere il già traballante equilibrio mentre resto coricata sulla schiena tra due grandi corde, con l’ansia a palate.
Mia nonna non si perde d’animo, non perde la testa e cerca di aiutarmi come può, io guardo sotto e intorno e vedo, uguali come sempre e come realmente sono, i balconi dei vicini ai piani inferiori, e il balcone di sopra, quello della zia Rosetta, i fiori che fuoriescono dalle ringhiere, il giardinetto dell’ingresso, le macchine disposte in disordine nella discesa davanti ai garage.
Tutto uguale e minuziosamente fedele a quello che ancora è, con il cielo notturno ma luminoso quasi fosse vetro blu trasparente, e tutto puntellato di stelle.
Il vicinato è tutto in strada, nonostante l'ora e tutti mi guardano preoccupati.
Io cerco di arrampicarmi allora, e invece i fili si sciolgono e di nuovo sto per precipitare, perdo l’appiglio, le corde scivolano tra i miei palmi e il panico mi prende fino a farmi perdere il controllo, che sto per schiantarmi e se non mi sveglio mi scoppierà il cuore.
Invece…
Invece stavolta non mi sveglio, ma diventando cosciente nel sogno non temo quello che accadrà, o meglio, lo temo però imparo a gestire la paura: non so come metto le mani e pian piano scivolo sulle corde come fossero liane, scendo fino al 2° piano, e poi oltre il 1°, senza farmi male, finchè tocco terra tra gli arbusti, arrivando addirittura in piedi.
Sono felice, e anche le altre persone sono felici, e battono le mani e gridano di gioia.
Io capisco che è successo qualcosa di nuovo, come se avessi fatto un passo in avanti, penso a che significato può avere questo mio sogno cercando di ricordare quelle poche nozioni che ho letto a proposito del loro significato, e comunque mi sento fiera, giro verso lo spiazzale posteriore e sono cosciente di questa mia nuova condizione che mi riempie di orgoglio e felicità.
Stavolta non sono caduta, non sono precipitata, non so come né perché ma le cose sono finalmente cambiate, in meglio, e di questo tutti intorno a me sono felici e danno a me il merito.
Inutile dire quanto mi ha fatto stare bene…






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